Dott.ssa Irene Vanelli
Cannabinoidi: tra automedicazione e rischi psichiatrici. Cosa ci dice la scienza
Negli ultimi anni, l’uso di cannabinoidi è diventato un tema di grande attualità, non solo per i dibattiti su legalizzazione e uso terapeutico, ma anche perché sempre più persone li assumono come forma di automedicazione, soprattutto per ridurre ansia, stress e insonnia. Ma sappiamo davvero cosa succede nel nostro cervello quando assumiamo cannabis? E quali sono le conseguenze a lungo termine, specialmente per la salute mentale?
Partiamo da una premessa essenziale: la cannabis contiene oltre 100 cannabinoidi diversi, tra cui i più noti sono il tetraidrocannabinolo (THC) e il cannabidiolo (CBD). Queste sostanze agiscono su un sofisticato sistema biologico, il cosiddetto sistema endocannabinoide, che ha un ruolo chiave nella regolazione di funzioni come umore, appetito, memoria e percezione del dolore. Il THC, in particolare, è il principale responsabile degli effetti psicoattivi: si lega ai recettori CB1 presenti nel cervello e modifica il rilascio di neurotrasmettitori, creando quella sensazione di euforia e rilassatezza che molti consumatori cercano. Il CBD, invece, sembra avere un effetto più modulatore e, secondo studi recenti, può attenuare alcuni degli effetti collaterali del THC, come l’ansia e la paranoia.
Proprio l’effetto calmante è una delle ragioni principali per cui molte persone fanno ricorso alla cannabis in maniera autonoma, nella speranza di gestire stati ansiosi o migliorare il sonno. Ed è vero che, a dosi basse, il THC può esercitare un effetto ansiolitico. Tuttavia, la questione è tutt’altro che semplice: numerose ricerche hanno dimostrato che, superata una certa soglia, il THC può provocare l’effetto opposto, scatenando ansia, attacchi di panico e persino stati di paranoia. Una recente revisione pubblicata su Translational Medicine ha evidenziato come l’uso cronico di cannabis aumenti il rischio di disturbi d’ansia fino al 25% rispetto a chi non consuma.
Inoltre, c’è un fenomeno che i clinici conoscono bene: la dissociazione. Alcuni consumatori riferiscono episodi in cui si sentono “fuori dal proprio corpo” o avvertono che la realtà intorno a loro è ovattata e distante. In casi estremi, questi sintomi possono durare settimane o mesi dopo l’uso, creando una profonda sofferenza psichica.
Ma forse l’aspetto più preoccupante è il legame tra cannabis e psicosi. L’evidenza scientifica è ormai solida: l’uso regolare e prolungato di cannabis, specialmente di varietà ad alto contenuto di THC, è associato a un rischio significativamente aumentato di sviluppare disturbi psicotici, come la schizofrenia. Uno studio pubblicato sul British Journal of Psychiatry ha rilevato che fino al 10% dei nuovi casi di psicosi nei giovani adulti potrebbe essere attribuito direttamente al consumo di cannabis. Ancora più interessante – e inquietante – è il fatto che l’uso di cannabis può anticipare l’esordio della malattia di diversi anni in persone geneticamente predisposte.
Ed è proprio la predisposizione genetica a fare la differenza. Non tutti coloro che usano cannabis svilupperanno un disturbo psichiatrico, ma esiste una fetta di popolazione più vulnerabile, spesso a causa di una storia familiare di malattie mentali. Un ampio studio condotto dall’Università di Oslo ha confermato che alcune varianti genetiche aumentano sia la probabilità di usare cannabis sia quella di sviluppare schizofrenia, suggerendo un intreccio complesso tra genetica e ambiente.
A livello epidemiologico, i dati sono chiari: secondo l’Osservatorio Europeo delle Droghe, circa il 27% dei giovani tra i 15 e i 34 anni ha fatto uso di cannabis almeno una volta nell’ultimo anno. Di questi, circa il 10% sviluppa una vera e propria dipendenza, con tassi ancora più alti tra gli adolescenti. Inoltre, uno studio pubblicato dal National Institute on Drug Abuse ha rilevato che quasi il 50% delle persone con diagnosi di Disturbo da Uso di Cannabis (CUD) presenta anche un altro disturbo psichiatrico, come depressione o disturbo da stress post-traumatico.
Ma quanto tempo ci vuole perché compaiano questi effetti collaterali? La risposta varia. Gli episodi di ansia e panico possono manifestarsi già dopo la prima assunzione, mentre le patologie più gravi come la psicosi si sviluppano tipicamente dopo mesi o anni di uso regolare. Tuttavia, casi di psicosi acuta indotta da cannabis sono stati descritti anche in consumatori occasionali, specialmente in presenza di dosi elevate o sostanze particolarmente potenti.
In conclusione, se è vero che i cannabinoidi possono avere effetti benefici in contesti medici ben controllati, l’uso autonomo e prolungato comporta rischi psichiatrici importanti, soprattutto per chi ha una predisposizione genetica o una vulnerabilità psichica preesistente. La sfida oggi è duplice: da un lato continuare a studiare queste sostanze per capirne meglio potenzialità e limiti terapeutici, dall’altro informare correttamente la popolazione sui rischi reali di un uso non supervisionato.
Un messaggio, questo, che diventa ancora più urgente in un momento storico in cui la cannabis è spesso percepita come “naturale” e quindi erroneamente ritenuta innocua.

Studio la psichiatria in ogni suo aspetto da più di 15 anni
Mi chiamo Irene Lucia Vanelli, sono nata a Novara nel 1982, ma Milanese di adozione dal 2009. Sono un medico chirurgo specializzata in psichiatria e psicoterapeuta.
Esercito a Milano e a Borgomanero (in provincia di Novara). Mi occupo di Disturbi dell' Umore, Disturbi d'Ansia, Disturbo Ossessivo Compulsivo e Disturbo Borderline di Personalità. Ho maturato queste competenze occupandomi, nel corso della mia formazione, di aree di malessere specifiche e collaborando con diverse associazioni (tra cui Associazione GET per la cura del Disturbo Borderline di personalità).
